traslochi

Nei miei vari peregrinare da una casa all’altra, a volte sono costretta a lasciare dei pezzi dietro di me. Lascio degli oggetti, come piccoli pezzi che si distaccano al momento del partire. Come piccoli satelliti dell’anima che proseguono l’orbita di quell’esistenza che io mi appresto a lasciare. Alcune case dove ho vissuto sono state la prosecuzione fisica della mia anima. Il prolungamento naturale, esterno.
C’era un legame silenzioso e indissolubile tra me e la casa di Dublino. Sapeva tutto di me. I pensieri si spiaccicavano sui vetri della finestra, appannandola di fumi dubbiosi, rimbalzavano sui muri del salotto, impregnandoli di umori più tristi che gai, entravano nelle lenzuola, sotto il piumone che faticava a scaldarsi, e ne intessevano la trama, di quelle lenzuola, del piumone, dei muri, dei vetri. Ci sbattevo la testa, sui muri di quella casa. Rimanevo in silenzio al buio, seduta sulla poltroncina blu di quella casa. Il caminetto spento davanti a me. Accendevo le candele. C’erano sempre i fiori sul tavolo di legno. Tutta la casa ero io. L’avevo sentito nel momento in cui ero entrata la prima volta dalla porta rossa dell’ingresso, me ne ero orgogliosamente convinta e lo affermavo risoluta: questa casa sono io. Rimane qui quando me ne vado. Rimane, io rimango. In quella casa io mi ero espansa così tanto da ricoprire ogni centimetro quadro dello spazio disponibile. Per questo vivevo da sola. Non c’era spazio per nessun altro. Quando me ne sono andata, oltre a lasciare vari fantasmi di me, e vari pensieri che ancora appannano i vetri delle finestre, sono rimasti anche due piumoni, due cuscini, un set di lenzuola, pentole, piatti, forchette, tazze e una lampada che avevo dipinto e mi piaceva molto, ma che poi ho deciso di lasciare come una sorta di  benvenuto per il prossimo inquilino.

La casa bella che ho abitato qui a Roma (che ho lasciato a febbraio) invece l’ho condivisa. Con un pianoforte. Un grosso, ingombrante vecchio pianoforte verticale appartenente alla mia nonna, che mi sono portata appresso come se fosse stato uno zainetto dell’invicta. Ci siamo trovati bene in questa casa di trentotto metri quadri, dovevamo dividerci lo spazio, lui ne occupava più di me. A suonarlo bisognava metterlo in sordina, scordato com’era, eppure così prepotente nelle sue note a volume altissimo che svegliavano tutto il condominio. E le sue note scordate e la mia maldestria non erano un buon binomio. Non lo suonavo spesso, quasi mai. Tendo a voler essere silenziosa, e lui era troppo rumoroso. Ingombrante e rumoroso. Il mio pianoforte in quella casetta lillipuziana. Anche lui è indietreggiato. Quando mi sono trasferita è rimasto lì, solo, a mangiarsi tutto lo spazio.
Ora lo devo sgombrare. Se ne va anche lui. Dove sto ora non lo posso tenere. Lo do via. Lo mando via. Lo regalo, perché il pianoforte della tua nonna non si può vendere. Vuol dire che l’orbita di quella casa lì si è conclusa definitivamente. È l’ultimo pezzettino di me, alquanto ingombrante d’altronde, che si separa definitivamente dal suo spazio esterno naturale, e da me.

 

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